CENTRO DI RECUPERO E SANCTUARY

Capita che in un centro di recupero per animali selvatici, a notte fonda, il telefono squilli ed una voce dal tono quanto meno imbarazzato, scusandosi per l’ora tarda, passi subito a segnalare il fatto: “l’animale giace al bordo della strada, ancora respira, non si muove, anzi no…, ora prova a rialzarsi, ripiomba giù, cosa si può fare? non si può lasciarlo morire così! potete venire voi a recuperalo? subito? tra un’ora arrivate.., vi aspettiamo qui, così lo controlliamo!” Più spesso, di giorno, una macchina al cancello segnala l’arrivo di un nuovo ospite: è alloggiato nel portabagagli, steso su un panno, alcune volte dentro uno scatolone o in una gabbietta raffazzonata, talora è legato per le zampe, in balia di una condizione di panico, di smarrimento, in altri casi di un’irrefrenabile voglia di ribellione oppure di un’antitetica, rassegnata, attesa.

Il Centro è un crocevia di bisogni, di aspettative eterogeneamente espresse, di linguaggi intrecciati che, pur mantenendo una marcata impenetrabilità, affidano alle gestualità forse l’unico strumento di un possibile brandello di comunicazione tra individui di specie differenti. In situazioni governate spesso dalla contingenza, i protagonisti della vita selvatica trovano al loro arrivo al Centro, e nei momenti che li precedono, repentinamente annullate tutte quelle distanze di sicurezza che sono soliti frapporre nei confronti degli uomini, guidati da una diffidenza che una secolare storia ben giustifica e i processi selettivi naturali hanno da tempo codificato nel loro patrimonio genetico. L’incontro ravvicinato avviene tuttavia, nello specifico, con interlocutori umani, sospinti da un’empatia che li rende sensibili anche al dolore patito da un animale selvatico, cioè da un soggetto che, a differenza di uno domestico, non manifesta atteggiamenti affiliativi; al semplice tentativo di manipolarlo, in genere, tende ad aggredire o a precipitare in una situazione di stress che solo l’invalidità, momentaneamente patita, attenua o annulla. Eppure, in un tale breve periodo di tempo sembra prendere sostanza un sodalizio che rimanda a possibili convivenze con una natura selvaggia non necessariamente alternativa o contrapposta ad un mondo antropizzato; sotto tale aspetto il Centro è un luogo in cui si intrecciano interrogativi a cui non è possibile dare risposte univoche. L’incontro con l’animale selvatico segna l’avvio di percorsi che rimandano a motivazioni e aspettative diversificate, tra chi antepone gli aspetti conservativi e chi le specifiche individualità. Ai primi appare impellente assicurare assistenza solo a quei soggetti che hanno concrete possibilità di essere rimessi nei loro habitat di provenienza, agli altri e’ imperativo garantire le cure a tutti, precostituendo, per i soggetti irrecuperabili alla vita selvatica, una permanenza a tempo indefinito nel Centro che, per tale aspetto, assume la caratteristica di un rifugio permanente (Sanctuary). Sebbene una grande divaricazione, anche di tipo organizzativo, e’ conseguente a questi due distinti modi di accostarsi ai temi del recupero, in entrambi i casi, e in tutte le situazioni intermedie ad esse, si avverte l’impellenza di doversi relazionare con un territorio in rapida e radicale trasformazione che l’antropocene sta imponendo e che i meccanismi retroattivi consequenziali ne amplificano a dismisura l’impatto sugli ecosistemi naturali. Al Centro l’animale in difficoltà riceve le cure necessarie in un ambiente molto diverso da quello che abitualmente frequenta, e questo è spesso motivo di stress; se la permanenza è molto breve e la convalescenza si conclude rapidamente, l’immissione nell’habitat di provenienza, o in uno ad esso simile, non pone all’animale selvatico problemi di ripristino dei comportamenti abitudinari e della tradizionale diffidenza che generalmente li contraddistinguono. Se tuttavia il ricovero si protrae nel tempo, superata la fase più critica, possono apparire segnali di una qualche accettazione della propria condizione di ospite, meno diffidente anche se sempre guardingo nel mantenere le distanze con i propri custodi. La reintroduzione nell’habitat di provenienza offre in genere l’opportunità al soggetto rilasciato di riappropriarsi della propria nicchia ecologica, a condizione che non siano intervenute nel frattempo marcate trasformazione dell’ecosistema.

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E’ difficile sapere quanto l’esperienza vissuta nel Centro abbia inciso nella mente dell’ospite e nei suoi conseguenti comportamenti. Un’antica favola così recita: “Un leone, mentre vagabondava, calpestò una spina e subito si recò da un pastore agitando la coda in atteggiamento amichevole. Gli disse: “Non spaventarti: il cibo non mi manca, ma ti scongiuro di aiutarmi”. Sollevata la zampa, la posò in grembo all’uomo. Il pastore gli estrasse la spina dalla zampa. Il leone ritornò nei boschi. Poi però il pastore viene falsamente accusato di un delitto e nei giochi che si celebrano poco dopo, tratto dal carcere, viene gettato in pasto alle belve. Mentre le fiere andavano correndo di qua e di là, un leone, che era quello stesso che era stato medicato tempo addietro, lo riconobbe. E di nuovo, sollevata la zampa, la pose in grembo al pastore. Quando il re venne a conoscenza di questo, ordinò che il leone fosse risparmiato e che il buon pastore fosse restituito ai genitori.” E’ dolce vagheggiare che la riconoscenza sia la protagonista di un connubio tra un uomo e un animale selvatico, affidato alle sue cure, e che essa possa protrarsi in modo duraturo. Nella quotidianità non c’è da parte dell’infermo che si consegna con remissività al suo infermiere, alcuna consapevolezza del perseguimento di una cura che proietta nel tempo la possibile guarigione; non vi è un debito di gratitudine contratto; vi è solitamente una rassegnata sottomissione, dettata per lo più dall’impotenza di potere frapporre solide distanze da coloro che paiono infierire sul proprio corpo ferito.

Capitò ad un cebo, di nome Coco, ospitato al parco dell’Abatino, di presentare, in seguito ad un leggero taglio sul palmo della mano, i segni premonitori del tetano; si dovette agire in fretta prima che la malattia progredisse; e fu una gara col tempo; col passare delle ore, nonostante i farmaci, la malattia avanzò, inarrestabile, le braccia paralizzate, la testa fissa, poi anche le gambe bloccate; fu alimentato con un sondino che spingeva il cibo in gola e permetteva all’animale di deglutirlo, una delle poche funzioni che ancora funzionasse; pareva un blocco di marmo, e solo i suoi occhi seguivano, preoccupati, i movimenti di chi lo assisteva. Molti giorni trascorsero interminabili, poi, come d’incanto, le varie parti del corpo cominciarono a sbloccarsi nello stesso ordine, invertito, con cui si erano irrigiditi; le mani, ora libere di stringere ed afferrare, furono l’ultimo segno del pieno recupero. Ad anni da quell’evento, Coco guarda ancora con estrema diffidenza, e non esita a minacciare, il proprio infermiere che continua ad apparirgli come un inalienabile e tirannico vessatore.

Anche un lupo, con un taglio profondo intorno all’addome, provocato da un cappio che lo aveva stretto ed inciso nel suo tentativo di liberarsi, si mostrò nei primi giorni un buon paziente, con espressioni del viso che parevano esprimere accondiscendenza; quando la ferita cominciò a rimarginarsi ed egli riebbe vigore, non fu possibile più accostarlo perché la diffidenza aveva riconquistato i suoi spazi abituali: al momento del rientro nel suo territorio, ebbe gran cura di frapporre la massima distanza con i suoi curatori umani!

In genere artigli che tendono ad afferrare e stringere, corna che puntano minacciosi, bocche che non esitano a mordere sono i migliori segnali di una piena ripresa della normalità da parte dell’animale selvatico, alla fine della convalescenza. Parrebbe sconsolante l’assenza di una riconciliazione, di un ripensamento che annulli la naturale diffidenza verso gli uomini ma questo è anche elemento tra i più emozionanti di un’attività di recupero: al termine di essa, se tutto si è svolto per il meglio, ciascuno dei protagonisti, il soggetto invalido e chi lo ha assistito, si separano, uno nella gioia della recuperata libertà, l’altro nel godimento di averla permessa!

Nel ventaglio dei comportamenti, singolarmente e naturalmente espressi in ogni specie, capita che qualche soggetto, per esempio in un gruppo di volpi, sia più disposto ad avere un’interazione meno guardinga con chi lo ha in cura; una tale condotta rende compatibile una sua più prolungata permanenza nel Centro, in vista di un completo recupero. Al momento del rilascio un tale individuo, per i suoi comportamenti fiduciosi ed anche incauti, potrebbe con più spregiudicatezza accedere a quelle risorse che le attività umane producono in abbondanza, come scarti alimentari o ripari artificiali, aumentando la sua possibilità di sopravvivenza e riproduzione; per selezione naturale, in un mondo antropizzato, sarebbe così incrementata la trasmissione alla progenie di tali strategie comportamentali, in gran parte geneticamente determinate, ma esse potrebbero finire, forse inevitabilmente, col porre un problema di convivenza, di difficile soluzione con chi, definendosi sapiens, fosse poco disposto a cedere alcunché dei propri spazi. I soggetti selvatici che riducono quella diffidenza secolare che rimanda ad abitudini di vita notturne o massimamente elusive, possono essere esposti, a causa del loro mal riposto atteggiamento confidenziale con l’uomo, a persecuzioni, maltrattamenti , uccisione; parrebbe che solo i processi di addomesticamento che modificano in profondità le caratteristiche comportamentali delle specie, rilasciano infatti una sorta di passaporto per una possibile convivenza nelle comunità umane, con ruoli in genere prefissati, come animali da reddito, da compagnia, da esposizione, comunque al di fuori del contesto originario naturale e alla mercé degli umori di chi li possiede! Un tale quadro parrebbe precludere ogni coabitazione tra umano e selvatico, in un conflitto in cui l’uomo si sente certo dominatore, ma che ignora la minaccia di virus, batteri e parassiti, fortemente incrementata anche a causa degli ecosistemi stravolti.

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Anche sotto l’aspetto del dissesto ecologico un Centro di recupero può esercitare un ruolo positivo, acquisendo col tempo una visibilità tale da permettergli di dialogare con tante persone che, sospinte dall’empatia, pongono domande e cercano risposte ai vari incontri ravvicinati con animali selvatici in cui è capitato loro di imbattersi, in genere in condizioni di sofferenza, bisognosi di un aiuto immediato, non adeguatamente o per nulla soddisfatto dalle istituzioni pubbliche. In tali situazioni il Centro, nell’offrire loro un aiuto o anche soltanto dei consigli, contribuisce a non fare svanire tali sensibilità, preziose alleate e sicure protagoniste di battaglie contro il degrado ambientale, altrimenti inerti e disilluse dalla sconsolata sordità istituzionale, espressa da apparati che, avendo compiti di gestione dei beni naturali, li amministrano con certosina acredine, in un coacervo di norme e regolamenti in cui ogni soggetto biologico, anche se senziente, è niente più di una pratica da evadere o da protocollare. La presenza più diffusa nel territorio di persone attente alle condizioni di salute degli animali selvatici, è anche importante per aumentare la sopravvivenza dei soggetti nella fase immediatamente successiva al rilascio, in quanto ogni eventuale difficoltà di reinserimento nel contesto naturale avrebbe più possibilità di essere segnalata.

Il momento della reintroduzione, al termine del periodo di convalescenza, è prodigo di emozioni non solo per i protagonisti, l’animale stesso e chi lo ha preso in cura, ma anche per coloro che, come capita frequentemente, si trovano ad assistere ad un tale avvenimento. Si ha la percezione di partecipare ad una riconciliazione, ad una volontà di ripagare il soggetto invalidato del torto subito, o ancor di più ad una ricucitura del tessuto naturale, lacerato nel momento in cui l’animale era stato ad esso sottratto. E’ una sensazione che, ad una più pacata considerazione, sfuma nella consapevolezza che l’animale fa ritorno ad un ambiente profondamente alterato ed antropizzato, in cui la sua nicchia ecologica non ha modo di espletarsi a pieno, e la lotta per l’esistenza è molto ardua. Insomma c’è il fondato motivo che egli possa trovarsi nuovamente ospite del Centro!

Quando la compromissione delle condizioni psichiche e fisiche è tale da non permettere in modo definitivo il ritorno all’habitat di origine, per il soggetto invalidato si aprono le strutture del rifugio permanente, più conosciuto fuori d’Italia col temine anglosassone di Sanctuary. Qui convivono animali autoctoni ed esotici, tutti con storie e percorsi specifici, ospiti permanenti di strutture che, necessariamente, devono piegarsi non più, soltanto, alle loro esigenze essenziali ed immediate, ma a bisogni ed aspettative che ne percorrono tutta la vita. La presenza di un ambiente ricco e stimolante, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione, è condizione ineludibile per la qualificazione di un rifugio permanente; la presenza di un’area ricca di alberi, arbusti, prati è sostanziale per assicurare condizioni accettabili di benessere. Il tempo che scorre in un luogo destinato a residenza definitiva può essere il monotono ed angosciante susseguirsi di un’oziosa permanenza se, intorno ad essa, non si riesce a cogliere il variare dei colori del cielo, i fasci di luce che, a seconda dell’ora, abbagliano o ammorbidiscono i corpi, e soprattutto, le distese di verde, di ocra o di rosso scarlatto che si mescolano al procedere delle stagioni.

Un asilo è accogliente non sulla base di un approccio antropocentrico che pone il modello percettivo della nostra specie a misura delle necessità e dei bisogni generici altrui, ma in relazione alla capacità di vestire la pelle dell’altro, dell’alieno secondo una terminologia maldicente, assicurandogli un contesto vivibile. Uno spazio o un cibo adeguati non sono condizioni che esauriscano in sé le necessità del soggetto ospitato; per molte specie gli odori, i suoni, le tattilità hanno un’importanza simile a quella che per gli uomini ha la vista. Olezzi maleodoranti sono profumi per lo scarabeo stercorario, gli sgangherati gorgheggi del pavone sono melodie per la femmina di pavone, le setolose appendici di un ragno non suscitano ripugnanza tra i suoi simili. Gli arricchimenti ambientali, così importanti in un rifugio permanente, non possono esaurirsi in una raffazzonato intreccio di corde, pali o dondoli, ma richiedono un’ampia varietà di strutture che vanno dai substrati dei lastricati ai sapori ed agli odori differenziati, in grado di accontentare le esigenze della diversità biologica che vi è ospitata. A tali condizioni sono possibili convivenze altrimenti impensate, incontri ravvicinati nuovi, esperienze e conoscenze che si intrecciano in maniera del tutto originale, determinando un complesso suggestivo di vita vissuta. Spesso tali esigenze multiformi si scontrano con un apparato burocratico che, appellandosi alla giusta necessità di garantire l’igiene, stravolge le norme e spesso le applica male, tutto appiattendo in una cappa che trasforma gli ambienti in asettiche e grigie prigioni di estenuanti agonie!

Nei Centri che sono progettati per l’accoglienza a tempo indefinito, gli spazi, per quanto ben congeniali, comportano dei limiti a tale possibilità, spesso imponendo il controllo delle nascite attraverso interventi di sterilizzazione o di separazione dei gruppi a seconda del sesso. Anche in questo caso un’interpretazione rigida di tale principio per cui il controllo delle nascite si trasforma in abolizione di esse, può conferire, soprattutto ai gruppi con un elevato grado di socialità, un modello di vita monacale che non è frutto di una scelta ma di una imposizione. Venendo a mancare una componente fondamentale della vita, quella su cui opera la selezione sessuale e che investe con forza tutta la sfera dei sentimenti, dai corteggiamenti alle strategie che sono messe in atto per la riproduzione e per la cura della prole, si determina con una certa frequenza, se si hanno le antenne giuste per percepirla, una sorta di apatia ed una caduta della voglia di felicità che, per gli animali ad elevata socialità, si realizza all’interno del proprio gruppo e che, in genere, è indispensabile per rendere accettabili le regole che lo disciplinano.

Vi è infine un elemento che rende un Sanctuary un luogo del tutto particolare e specifico. Avendo come finalità principale quella dell’accoglienza, essendo aperto ad ospiti che vi giungono solo sulla base della necessità di avere un asilo, indipendentemente dall’essere classificati alieni, pericolosi, autoctoni od esotici, rari o comuni, attraenti o ripugnanti, esso dovrebbe mantenersi un’organizzazione non profit in cui la necessità di un ritorno economico non si pone o almeno non è condizionante. Nel caso specifico un tale requisito favorisce un approccio non utilitaristico nel relazionarsi agli altri, rendendo più facile uno degli elementi più essenziali per la convivenza interspecifica, la ricerca cioè di barlumi di comprensione di tanti linguaggi diversi, frutto di processi di adattamento evolutivo che hanno conferito a ciascun gruppo animale la possibilità di percepire in maniera univoca l’ambiente, al fine di vedersi assicurata la sopravvivenza e la riproduzione.

Letture consigliate

Ademaro di Chabannes, Favole. 1988. Genova. A cura di F. Bertini e P. Gatti.

Frans de Waal. Siamo intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? 2016. Milano. Raffaello Cortina Editore; pag. 395

Wikipedia, Animal sanctuary.